Nella gelosia c’è più egoismo che amore

20 Feb

A sentire Peter van Sommers, che ha scritto un bel libro sulla gelosia edito da Laterza, in origine la gelosia non era un evento connesso all’amore, ma un requisito che garantiva le condizioni di sopravvivenza. Attraverso la gelosia, infatti, il maschio, che ha sempre considerato il corpo della donna come sua proprietà, si tutelava dal rischio di allevare figli non suoi, mentre la donna, grazie alla gelosia del maschio, garantiva per sé e per la sua prole cibo e sicurezza. Di questo antico retaggio c’è ancora traccia in molte culture dove vige l’accertamento della verginità della donna o le pratiche crudeli di mutilazione dei suoi genitali. Questa “gelosia preventiva”, che stimola la possessività, ancora lavora nell’inconscio delle società cosiddette “evolute” dove, nonostante i contraccettivi, la gelosia continua a tormentarci come faceva con i nostri antenati. A sentire Freud, nella gelosia risuona l’eco di vissuti abbandonici sperimentati nell’infanzia. E siccome il bambino di un tempo è ancora vivo in noi, non tolleriamo l’eventualità che qualcuno ci privi dell’esclusività del nostro amore, a cui è connesso il desiderio di essere unici, e quindi oggetto di una scelta esclusiva che l’eventualità di un tradimento smentisce. Se regrediamo a queste sensazioni abbandoniche sperimentate nell’infanzia naufraghiamo in quei sentimenti di rabbia, dolore, esclusione, indignazione, offesa che alimentano, senza via d’uscita, la disistima di sé. Naturalmente questi sentimenti sono il rovescio dell’amore che conosce la passione, l’intimità, la dedizione, mentre chi è geloso confonde l’amore col bisogno di possesso che satura una carenza e che non riesce a esprimersi se non come amore dipendente, regressivo, infantile. Per questo Willy Pasini, in un suo libro edito da Mondadori, parla della gelosia come dell'”altra faccia dell’amore”, da cui non ci si difende ritenendosi immuni e quindi negandola, ma, “civilizzandola”, separando progressivamente l'”amore” dalla “possessività”, in modo da liberarci da quella voracità che fa dire agli amanti: “Mi piaci tanto che ti mangerei”. Dove risuona quanto di più arcaico ancora dimora nel nostro cervello, memoria non sopita della nostra ascendenza animale. Questo “cannibalismo sentimentale”, che vuol divorare l’essere amato affinché nessuno possa più sottrarcelo, quando fuoriesce dall’ambito metaforico, non di rado diventa violenza omicida. E così, di quello che una volta era un grande amore, rimane soltanto un titolo di cronaca con foto della vittima sorridente e ignara. Si è voluto suggellare con un annientamento totale il terrore infantile di essere abbandonati. Siccome poi siamo bravissimi a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel nostro, tendiamo a considerare la gelosia degli altri come qualcosa di immaturo da correggere, e la propria come un sentimento prepotente e irresistibile che attesta la nostra profonda fedeltà. Il sentimento della gelosia non pesa allo stesso modo sui due piatti della bilancia, perché non facciamo mai i conti con le parti infantili e immature di noi stessi. Naturalmente dai vissuti infantili non è libero neppure chi tradisce, perché il tradimento ravviva, in chi tradisce, la fiducia in se stesso, e in questo modo riattiva il narcisismo infantile di chi si sente, come accadeva o non accadeva un tempo, il preferito e il scelto. Spesso nei tradimenti è proprio questa gratificazione narcisistica che si va cercando, questo amore di sé che non ha nulla a che vedere con il disamore per l’altro. Non resta a questo punto che ascoltare il monito di Shakespeare che possiamo leggere nell’atto III dell’Otello: “Difendetevi dalla gelosia, mio Signore! È un mostro dagli occhi verdi che odia il cibo di cui si pasce”.

 

U. Galimberti

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